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Home » Primo piano » Aids in Toscana: quasi 6 casi ogni 100.000 abitanti

Aids in Toscana: quasi 6 casi ogni 100.000 abitanti

Novembre 30, 2019 da redazione Lascia un commento

Il punto di Jacopo Brazzini nell’approfondimento di Opi Firenze Pistoia 

Lo staff del Day Hospital-Ambulatorio-Assistenza Domiciliare, dell’Ospedale Santa Maria Annunziata di Bagno a Ripoli

Aids in Toscana. Questa purtroppo continua a essere una malattia silenziosa. Una malattia su cui, nonostante i grandi passi fatti nel corso degli anni, c’è ancora molta disinformazione. Lo dimostra l’aumento costante delle persone che scoprono di essere sieropositive molti anni dopo essersi infettate. Per questo, in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids (1° dicembre) l’Ordine delle professioni infermieristiche interprovinciale Firenze Pistoia ha voluto tracciare il quadro della situazione. Ne abbiamo parlato con Jacopo Brazzini, infermiere DH malattie infettive dell’Ospedale Santa Maria Annunziata di Bagno a Ripoli (Firenze). Lui insieme allo staff del Day Hospital/Ambulatorio /Assistenza Domiciliare si prende cura dei pazienti che hanno contratto il virus dell’Hiv o altre malattie infettive.

Dottore come si colloca la Toscana rispetto al resto del Paese?

«La nostra regione si colloca ai limiti superiori della media del panorama nazionale».

Ci può fornire qualche dato sull’Aids in Toscana?

«In Italia il numero di sieropositivi noti si aggira sui 100.000, con una media di circa 4.000 nuove diagnosi ogni anno. La Toscana si colloca ai primi posti per rapporto tra numero di abitanti e nuove diagnosi. E comunque stabile ai primi posti per rapporto tra pazienti trattati e numero di abitanti. Questo non è di per sé un dato negativo. Significa infatti che comunque il numero sommerso di sieropositivi viene stimato come inferiore alla media nazionale. L’incidenza di sieropositività è di 5,7 casi su 100.000 abitanti. Il 40% di loro si calcola sia inconsapevole della propria condizione».

Qual è la principale causa di contagio?

«Senz’altro quella sessuale. I rapporti sessuali non protetti sono in assoluto la causa di sieroconversione più frequente. Il contagio per scambio di siringhe infette è una percentuale francamente trascurabile. E questo con una netta inversione di tendenza rispetto agli esordi, dove era la percentuale di contagio tramite rapporti sessuali ad essere irrisoria.  Una precisazione doverosa è che comunque non esistono più “categorie” a rischio. Esistono bensì “comportamenti” a rischio, perché l’Hiv degli anni duemila è totalmente trasversale rispetto alla popolazione colpita».

Secondo lei c’è ancora molta disinformazione sul tema?

«Sì. La disinformazione è sia a monte che a valle. A monte perché i canali informativi si sono un po’ fermati negli ultimi tempi, dopo campagne anche forti. Ci ricordiamo tutti la persona che passeggiava per la città circondata da un alone viola. C’è da dire che anche la percezione del concetto di malattia da Hiv è molto cambiata nel comune sentire. L’Hiv non è più una minaccia reale, fisica, pressante. È piuttosto una condizione indefinita, radicata nell’immaginario collettivo come improbabile e nebulosa, e questa è la disinformazione “a valle”. Un contributo importante all’informazione, ma purtroppo anche alla disinformazione, viene dalla rete. In particolare dai social network o dai blog privati, in cui veramente si può trovare ogni tipo di informazione, giusta o totalmente errata. Informazioni mescolate le une alle altre senza logica, cosa che contribuisce a creare confusione e ad aumentare la sensazione di irrealtà che viene percepita riguardo all’Hiv».

Cosa si può fare secondo lei per invertire questa tendenza?

«Qualcosa già si sta facendo, basti pensare che la Regione Toscana si è lanciata, con risultati incoraggianti, nella cosiddetta PreP. Sarebbe la profilassi pre esposizione, che comprende prelievi ematici, visite infettivologiche e prescrizione di terapia antiretrovirale come profilassi con un canale dedicato e tempi di attesa brevi. Grandi contributi sono arrivati anche dal test rapido salivare, che varie associazioni che operano sul territorio eseguono a cadenze regolari presso strutture di aggregazione non sanitarie. E questo con una sinergia prioritaria con la struttura di Malattie Infettive per la presa in carico immediata di coloro i quali risultano positivi. Ma anche con un counceling dedicato a tutti quelli che si trovano nella condizione di chiedere informazioni».

Ma questo non è sufficiente…

«Certo che, considerati i moderni mezzi di comunicazione di massa, e mi riferisco in particolare ai social network frequentati da una percentuale altissima di popolazione, manca ancora una presenza istituzionale assidua dedicata all’informazione e alla prevenzione. Un altro punto debole, secondo me, è la delega totale alle varie associazioni di attività specifiche, risultando carente la presenza istituzionale di figure dedicate sul territorio. Negli anni, ad ‘isorisorse’, e talvolta con risorse ridotte, riusciamo comunque a mantenere uno standard di tutto rispetto nella gestione e nei percorsi di diagnosi e cura, perché comunque la figura dell’infermiere in un ambiente specifico come quello delle Malattie Infettive, ed in particolare nel contesto dell’Hiv è fondamentale come testa di ponte tra cittadino e percorsi sanitari. La definizione di “prendersi cura” descrive perfettamente il ruolo infermieristico in questo contesto».

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