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Home » Cultura » Cappella Sassetti: la ricerca di Mario Gesù Fantacci tra arte ed esoterismo

Cappella Sassetti: la ricerca di Mario Gesù Fantacci tra arte ed esoterismo

Dicembre 28, 2021 da redazione Lascia un commento

Riferimenti alla Cabala, ipotesi di ‘predestinazione’, culto dell’immaginario, tutto in un solo affresco. Arte, filosofia ed esoterismo convivono all’interno dello studio a firma di Mario Gesù Fantacci, presentato nei giorni scorsi in occasione delle celebrazioni per la morte di Leone X. Al centro, un ciclo di affreschi, capolavoro del Rinascimento fiorentino a opera del Ghirlandaio: la cappella Sassetti nella basilica di Santa Trinita. Il percorso d’indagine di Fantacci prosegue la strada tracciata già nei primi del Novecento dal tedesco Aby Warburg. Secondo lo studioso, antropologia, storia, psicologia, filosofia, studio delle religioni sono aspetti che finiscono “per dare corpo” all’immagine che sopravvive nel tempo. 

I riferimento allegorici ed allusivi nelle opere del Rinascimento

«Le opere d’arte, soprattutto nel Rinascimento, assumono significato in contesti allegorici ed allusivi cui corrispondono spesso riferimenti alla committenza – spiega Fantacci -; ed è quello che accade anche alla cappella gentilizia di Santa Trinita dove Francesco Sassetti commissiona al Ghirlandaio la pala d’altare dell’Adorazione dei pastori e un ciclo di affreschi dedicato alle vicende storiche di San Francesco. Proprio in tale contesto Warburg è il primo a riconoscere una chiara allusione ad un fatto veramente accorso al committente nel 1479: la perdita di un figlio e al contempo la nascita di un altro. Nella scena dell’Abbandono dei beni di San Francesco è presente sullo sfondo la città di Ginevra, luogo che non ha niente a che fare con la vita del santo ma è significativo per la vita del committente perché il capoluogo svizzero segna l’inizio della sua carriera presso “la chiesa medicea”, il banco dei Medici».

Allo stesso modo alcuni studiosi, come Eve Borsook, sono concordi nel riconoscere nella Conferma della regola un’allusione concreta alla felice situazione politica della città. «Se gli affreschi riflettono la condizione politica fiorentina, allo stesso tempo l’opera d’arte finisce per essere espressione del governo informale mediceo che ne è al comando: Lorenzo il Magnifico e i suoi figli, ovvero la generazione presente e quella futura chiamata a governare, rappresentati insieme mentre il leader mediceo guida con la mano sinistra l’entrata dei fanciulli in una sorta di “proscenio papale fiorentino”. E se la scena è stranamente rappresentata a Firenze e non a Roma, tale scelta non può che essere sintomo di qualcosa, di un’intenzione».

Accanto a queste constatazioni l’indagine si apre alle dinamiche che caratterizzano la società rinascimentale fiorentina rivelandone il suo carattere magico e superstizioso. «Un attributo pregnante del pensiero filosofico del tempo, come quello dettato dall’accademia neoplatonica guidata da Ficino, è la consapevolezza che i “fantasmi” che si generano all’interno dell’individuo, siano essi sogni, aspirazioni o desideri, possono lentamente cominciare a prendere una forma reale. Si vanno concretizzando, attraverso il culto magico e propiziatorio di immagini realizzate in modo consono, secondo quanto afferma Garin, al “principio di imitazione” e a quello della “concentrazione dei simboli dispersi”».

La congiunzione astrale e l’attesa di un rivoluzionario nella Chiesa

«Dalla fine degli anni settanta del quattrocento – spiega Fantacci -, in concomitanza della messa in opera della Cappella Sassetti, a Firenze si vive l’attesa di un evento astronomico che presenta importanti effetti sul sistema delle credenze culturali del tempo: la congiunzione Giove Saturno nella costellazione dello Scorpione del 25 novembre 1484 che annuncia, secondo gli astrologi, l’imminente arrivo di un piccolo profeta  pronto a rivoluzionare (per alcuni in bene per altri in male) lo Stato della Chiesa. Con ciò un’attenta analisi alla parete mediana osservata da Borsook, evidenzia un interessante relazione: nei tre affreschi (nell’Adorazione dei pastori, nel Miracolo del figlio resuscitato e nella Conferma della regola) i bambini occupano sempre il centro e il primo piano della scena: Gesù in fasce, il figlio resuscitato da san Francesco e i tre fanciulli che salgono una scalinata».

«Tuttavia a guardar bene tra i tre giovani fratelli è proprio Giovanni Romolo Damaso che, rappresentato con la fronte illuminata e senza distrazioni mentre sale le scale verso il soglio pontificio, viene eletto il 14 giugno 1483 protonotario apostolico da papa Sisto IV. Ora se, come riporta il manoscritto di ricordi curato da Venturini, gli affreschi definitivi cominciano il 17 giugno, appena settantadue ore dopo tale nomina, allora è molto probabile che Ghirlandaio abbia aspettato proprio quel “lasciapassare” per dare inizio all’opera dai tratti profetici. L’allineamento verticale dei tre fanciulli, infatti, può essere indice dell’auspicio che Francesco Sassetti (sotto le spoglie dell’augure romano “FulviuS” protagonista dell’iscrizione della tavola d’altare) nutre per il disegno di Lorenzo il Magnifico: Giovanni de’ Medici sarà papa».

«Del resto tale aspirazione comincia di fatto a prendere forma con il ricevimento della carica protonotarile pontificia che la famiglia Medici aspetta da tempo, invano per il fratello di Lorenzo Giuliano, e che concretamente significa poter accedere alle cariche elettive ecclesiastiche (dopo il protonotariato Giovanni sarà nominato in via segreta cardinale all’età di tredici anni). Con tale intreccio logico si configura così l’intento di Francesco Sassetti, fedele cortigiano mediceo, che avendo vissuto una vita per le finalità medicee decide di dedicare loro pure la morte, esprimendo un “voto” con un’opera dal significato latente, visibile solo alla ristretta elite del Magnifico. In tal modo il committente promuove il disegno politico per il rafforzamento del potere della casata messo su, probabilmente, prima ancora che da Lorenzo da Cosimo il Vecchio». 

La tesi della predestinazione di Giovanni de’ Medici e il ruolo della Cabbalà

Con tale possibile significato la ricerca giunge a consolidare la tesi della predestinazione di Giovanni de’ Medici anche attraverso il coinvolgimento come iconografo di Giovanni Pico della Mirandola. «Il filosofo contempla i principi della Cabbalà, da lui trasferiti dalla tradizione ebraica in quella cristiana, come elementi soggiacenti all’organizzazione strutturale degli affreschi – chiarisce Fantacci -. Un’osservazione attenta, infatti, rivela che a ciascun quadro degli undici raffigurati corrisponde a uno specifico attributo celeste dell’Albero della Vita, anch’esso composto da undici unità, alla base del quale si fonda la matrice creativa divina. Pertanto Pico della Mirandola, anch’egli fedele a Lorenzo il Magnifico, potrebbe aver messo a disposizione le sue conoscenze speculative cabalistiche per predisporre il piccolo Giovanni al vertice della carriera ecclesiastica, garantendo il successo dell’intenzione latente del ciclo di affreschi. Il possibile coinvolgimento del filosofo trova riscontro nell’inedita identificazione della sua figura negli affreschi della cappella Sassetti grazie al raffronto con il Miracolo del Santissimo Sacramento nella chiesa di Sant’Ambrogio (Pico è nei tratti riconoscibile rappresentato vicino a Ficino e a Poliziano in entrambe le cappelle)». 

Il culto dell’immaginario simbolico per  celebrare il fondamento divino del potere mediceo 

«Tali analisi pertanto, insieme al tema della predestinazione di Giovanni, configurano un intreccio di novità significativo: non solo si costituiscono come filtro diagnostico atto a far intra-vedere la partecipazione iconografica del conte ma attestano la configurazione della Cabala Cristiana nella cappella Sassetti (1485) ancor prima che nella pubblicazione delle tesi romane (1486) come universalmente riconosciuto».

L’ultima parte dello studio si spinge, sempre attraverso la metodologia warburghiana, verso le fonti letterarie encomiastiche medicee, «talvolta concepite in pendant ad apparati effimeri realizzati in occasioni di celebrazioni o feste particolari, come avviene per l’entrata trionfale di Leone X a Firenze nel 1515: i loro sottili e non più oscuri riferimenti poetici alla congiunzione Giove Saturno del 1484 (che annuncia l’arrivo di un piccolo profeta in seno alla chiesa), alla profezia medicea della cappella gentilizia, al “profeta” Sassetti e pure ai principi cabalistici applicati da Pico, danno ulteriore conferma alla tesi della ricerca. Uno sguardo più ampio rivela che la predestinazione di Giovanni nella cappella Sassetti fa parte di un atteggiamento mediceo, ben indagato dall’autrice americana Janet Cox Rearick, adottato non solo dal Magnifico ma anche dalle successive generazioni della casata, configurandosi come un vero e proprio culto dell’immaginario simbolico volto a giustificare il fondamento divino del potere mediceo». 

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